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Il Carro.
Fra popoli nomadi e popoli sedentari vi è sempre stato un conflitto. I primi sono legati alle divinità della terra, del raccolto, mentre i secondi alle divinità del cielo, del fulmine, a quelle divinità cioè che sono capaci di seguire ogni loro spostamento. In genere i popoli sedentari si stabilizzano su di una terra, costruiscono città, hanno una civiltà più “raffinata”. I popoli nomadi, dal canto loro, sono dotati di una efficace tecnologia bellica che è finalizzata a rendere le loro incursioni sempre più taglienti. Tra le popolazioni nomadi possiamo ricordare i popoli indoeuropei. Essi sono una popolazione nomade dotata di una poderosa abilità metallurgica poiché le armi sono il principale strumento con cui soggiogano e depredano le altre popolazioni. 
L’Iliade racconta dell’attacco di una popolazione indoeuropea, gli Achei, a scapito della città di Troia. A riprova della loro temerarietà bellica l’Iliade contiene numerose e minuziose descrizioni dell’armamentario Acheo: scudi, spade, elmi, ecc.
Oltre alla metallurgia, le popolazioni indoeuropee hanno al loro seguito una favolosa invenzione che gli conferisce la totale supremazia militare: la biga, l’equivalente del nostro carro armato. A differenza della cavalleria che necessita dell’abilità di saper cavalcare e combattere contemporaneamente, la biga è più semplice ed efficace. Essa è trainata da due o quattro cavalli ed è condotta da un auriga. Al di sopra di essa vi è il combattente, il guerriero, che si deve preoccupare del solo scontro armato. La biga è quindi dotata di una formidabile potenza di sfondamento. Questo è il motivo per cui, nell’immaginario indoeuropeo, il carro è da sempre presente. Lo si ritrova, ad esempio, nella Bhagavadgītā in cui il dialogo tra Krishna, l’auriga, e Arjuna, il guerriero, si svolge su di un carro da guerra. Lo si ritrova anche nella Katha Upanishad la quale, per descrivere la realtà e i suoi differenti livelli, utilizza anch’essa la metafora del carro: i cavalli sono i sensi, le redini la mente, l’auriga la ragione e la logica, il passeggero la coscienza e infine il carro il corpo.
Anche Platone utilizza nel mito del carro e dell’auriga (o della biga alta), contenuto nel Fedro, la metafora del carro con il quale espone la sua teoria della reminiscenza dell’anima.
Nel suddetto mito Platone racconta infatti di una biga su cui si trova un auriga. L’auriga è la personificazione della parte razionale e intellettiva dell’anima. La biga è trainata da due cavalli, uno bianco e uno nero. Il cavallo bianco rappresenta la parte dell’anima dotata di sentimenti spirituali, quella parte dell’anima che può condurre ogni persona al mondo delle idee. Il cavallo nero è invece il cavallo meno addomesticato, il quale rappresenta la parte dell’anima concupiscibile o bramosa che è sempre attratta dal mondo sensibile. I due cavalli sono tenuti insieme dall’abilità dell’auriga che rappresenta la ragione. La biga deve essere condotta nell’iperuranio, nella dimensione delle idee. Per far ciò occorre che l’auriga sia capace di domare i cavalli così da dirigerli nella retta via che conduce all’iperuranio. E’ necessario tener a bada il cavallo nero e spronare il cavallo bianco. Se l’auriga non è capace di domare il cavallo nero l’anima rinascerà in una persona ignorante e rozza mentre se l’auriga doma il cavallo nero l’anima consegue la possibilità di contemplare l’iperuranio prima di reincarnarsi. Questa occasione consente all’anima di rinascere in una persona più saggia.
Ecco che l’importanza del carro nell’immaginario indoeuropeo è così prezioso e potente da influenzare ogni aspetto della vita e della psiche dei popoli che con loro sono venuti a contatto.

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